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ABBOZZI DEL TEMPO
DOPPIEZZE

Il ritrovo, concordato all’osteria nelle sere precedenti, è sempre in piazzetta, davanti al prestinaio.

L’ora, ancor prima che ul Secrista tiri le corde delle campane per la prima messa, che Don Giuseppe tutte le mattine celebra in compagnia delle sue nere vecchiette. Il luogo dove trovarsi non è scelto a caso; di fronte, a quell’ora, Giuvan prestinè ha già sfornato tante michette da sfamare mezzo paese, lo possono vedere in maniche di camicia, bianco di farina. Il companatico lo portano da casa, secondo il gusto, la disponibilità: un pezzo di salame, di pancetta, tocchi di formaggio, mundeghini avanzati a cena, la sera prima.

La torma dei cani a stento è tenuta al guinzaglio.

Per mesi li hanno addestrati a stanare, rincorrere lepri, riportare fagiani, svegliati in piena notte, sono impazienti di mostrare il proprio valore, si agitano, saltano, tentano di lanciarsi già nella corsa. Quando provano a salutare un compagno di lavoro con un latrato, a dire che alla festa ci sono anche loro, volano manate, aspri rimbrotti, non capiscono perché.

I loro padroni, per affrontare al meglio la battuta, sono agghindati di tutto punto, sembra quasi che indossino una divisa.

Per mimetizzarsi agli occhi della preda, dominano i verdi, i marroni di tutte le tonalità, per proteggersi dalla guazza mattutina, hanno lunghi stivaloni, per il freddo, calzoni di fustagno a coste, camice, maglioni a collo alto, pesanti giacche con infinite tasche. I cinturoni sono pieni di lunghe cartucce colorate, cingono le prominenti pance dei più anziani; i giovani li portano a tracolla come in certe scene di film di guerra.

In paese i cacciatori sono tanti, per accordi presi all’osteria, tacite convenzioni consolidate col tempo, si aggregano in gruppi, come gli animali si dividono il territorio di caccia; nel fosco di un bosco, il cacciatore può rischiare di diventare preda.

La domenica mattina, li si vede quando tornano, mentre la gente esce dalla messa buona. Uomini e cani sono stanchi, infangati, i trofei insanguinati sono bene in vista sul tavolo fuori dall’osteria. I bicchieri si svuotano, brindano, commentano le loro imprese. Raccontano chi ha sparato a chi, indicando il morto sul tavolo, elogiano il cane per come ha inseguito la lepre, ora si è accucciato sotto la sedia, indicano quello che ha riportato il tordo abbattuto con un’abile fucilata. Senza mai discussioni, si dividono il bottino, vige un tacito, millenario accordo, sempre rispettato. Una parte è affidata alla sciura Lisa, lei sa come farla frollare, farla in salmì. Il banchetto è fissato per il sabato sera, la cena inizia con l’antipasto: salame, pancetta, bologna… sottaceti, pane, bottiglie di vino.

Fin da piccolo, ho viste tante di queste scene, non ne sono mai stato impressionato, ma non avevo ancora visto tutto.

Con un camioncino piccolo, bianco, è arrivato in cortile un signore grosso, corpulento, un cugino di Lionello, che abita dalle parti di Bergamo. Mia madre sembra conoscerlo bene, non averlo in simpatia.

- Non è cosi che si va a caccia - ha detto con rabbia - quello, grasso com’è, non cammina, ammazza da fermo, gli farebbe bene rincorrere una lepre se ne fosse capace.

Ho intuito cosa volesse dire, avevo sentito parlare di quel modo di cacciare, ma non l’avevo mai visto da vicino, perciò mi sono accordato per dopo scuola con Roberto.

Si sono appostati nei boschi intorno alla Bevera oltre i prati dietro la scuola. Già al mattino, durante le lezioni, si sentivano i colpi di fucile; erano tanti, noi sapevamo, la maestra non ha commentato.

Siamo scesi lungo la scaletta del sentiero per il Casaretto, dopo il ponticello sul ruscello, abbiamo seguito gli spari. Ci siamo addentrati nel bosco fino ad arrivare al limite di una radura, sul ciglio avevano piazzato due capanni, dalle feritoie stavano sparando verso gli alberi al limite del bosco. Ci fermiamo, non osiamo avvicinarci, i due omoni sono accovacciati, di tanto in tanto lasciano partire un colpo, i pallini vanno a frantumare le foglie, con frenesia poi ricaricano.

- Spostiamoci sul fianco, da lì possiamo vedere meglio, ma non fare rumore, non vorrei che ci scambiassero per uccellini - piegato in due, si avvia.

Lo seguo, gli spari sono vicini, ho l’animo in subbuglio, mi sta prendendo la fifa. Roberto si va a riparare dietro un cespuglio, poco dopo gli sono a fianco; vediamo bene quelli che sparano, a cosa sparano.

Sui rami bassi degli alberi, hanno appeso delle piccole gabbie, si capisce che ci sono uccellini solo per il fatto che si sente il cinguettio.

- Sono i richiami - mi dice Roberto - attirano altri uccellini che vengono a posarsi sui rami, sotto il tiro di quei due.

È un massacro.

Passa solo qualche minuto dall’ultimo colpo, il tempo che il richiamo riprenda, e qualche uccellino, ignaro di quello che lo attende, arriva a posarsi sui rami che diventano il suo patibolo.

- Perché cantano in quel modo ossessivo? Non sono spaventati dagli spari? - chiedo a Roberto - non è un canto normale.

Lui mi guarda, sembra indeciso, poi mi confessa:

- Per farli cantare così, li hanno accecati - si ferma un attimo, pare voglia leggere sulla mia faccia l’orrore della rivelazione - lo fanno con uno spillone, cantano fino a quando muoiono.

Sul momento non provo niente, fisso le gabbiette, ho già visto tante altre belle cose che ragazzi e adulti fanno agli animali, ma quel lugubre cinguettio mi trapassa, mi sento prendere dalla nausea, ho voglia di scappare, mi giro, Roberto mi prende per il braccio.

Intanto gli spari si sono diradati, si sta facendo buio, forse cominciano a non vederci più così bene, Roberto mi fa segno, è meglio squagliarcela.

Lo seguo, abbiamo fretta, sono scioccato, non stiamo attenti a cosa schiacciamo, ai rami che spostiamo, un omone si gira, ci vede, ci riconosce, ci ha visto in cortile, con un urlo ci chiama; siamo stati scoperti, non ce la sentiamo di scappare.

- Cosa stavate facendo?

Roberto inventa una storia.

- Siamo andati in cerca di chiodini, di pioppini, in questi boschi ce ne sono.

Lui fa finta di crederci. Stiamo per andarcene quando il grassone ci chiede di aiutarlo, dobbiamo raccogliere gli uccellini cui ha sparato, aggiunge che ci regala una mancia.

Faccio per scappare, Roberto mi ferma, ha paura che possa raccontare chissà cosa ai genitori.

- Se lo dice a mio padre, mi fa nero - mi sussurra.

Passiamo la successiva mezzora a raccogliere cadaverini sparsi dappertutto, nell’erba, sotto gli alberi, ho le mani sporche di sangue.

Con il sorriso sulle labbra, i due compari li contano, centottantasei.

- Una ventina più della volta scorsa!

La produzione letteraria di Camillo Rigamonti

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