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ABBOZZI DEL TEMPO
IL BRUTTO MALE

Il biglietto del cinema dell’oratorio costa cinquanta lire, non è poco, metà della paga della domenica, ma sono i soldi meglio spesi.

Lui adora andare al cinema, ancor prima è attratto dai cartelloni della programmazione appiccicati al pannello di legno di fianco all’entrata. Le figure, i colori, i titoloni promettono sempre tanto, accendono la fantasia, la settimana di attesa diventa eterna.

Don Carlo li sceglie con cura.

Nondimeno, malgrado i suoi santi propositi, non può prevedere tutto, qualche volta qualcosa sfugge: un massacro troppo cruento di una battaglia, un dialogo spinto, un bacio troppo lungo. L’altra domenica l’incidente però è stato grave, molto grave, il paese ne ha parlato per tutta la settimana.

Il film di cappa e spada è bellissimo, avvincente, tutti sono ammaliati dalle navi che solcano il mare, dai duelli, tutti fanno il tifo per l’eroe, il buono, il più bello.

Sullo schermo scorre una scena insolita, l’eroe con la spada è una donna. Bella, affascinante, capelli castani, lunghi, sciolti al vento, camicia bianca, leggera, aperta quel tanto che basta, stivali neri, lunghi, calzoni neri attillati.

Forse già tutto questo avrebbe dovuto mettere in allarme Don Carlo.

La platea è colma, i ragazzi si agitano, fanno il tifo, qualcuno urla, altri battono le mani, un pomeriggio normale, niente fa presagire il dramma.

Il duello è tra lei e l’altro, il cattivo, quello con la benda sull’occhio. Si affrontano nella battaglia finale, all’ultimo sangue, sono sulla tolda della nave, il conflitto è all’apice, intorno ai due protagonisti si consumano altri cruenti duelli.

Con un balzo, la spadaccina guadagna la murata della nave in corsa, sconcertando l’avversario, con una mano afferra una corda, si abbassa, con uno scarto sembra sopraffare il nemico, non è così.

Il pirata ha un guizzo felino, con una mossa da maestro fa partire un gran fendente, la punta del fioretto attraversa tutto lo schermo, il petto dell’eroina, sfiora il bel viso.

- Ohhhhhhh! - Si leva in tutta la sala, un primo innocente urlo per la paura, poi succede il finimondo, urla, risa, fischi, battimani.

Il fioretto non ha ferito la spadaccina, ha fatto solo saltare qualche bottone della camicia.

Per qualche istante una tetta è comparsa sullo schermo, prima che l’eroina cadesse in mare, peccato.

Don Carlo ha lanciato un urlo.

- Ferma! Accendi la luce.

In sala, al buio, il trambusto è al culmine, con l’arrivo della luce si blocca per miracolo.

- Chi è stato? - ha chiesto Don Carlo puntando il dito contro la platea.

Nei giorni successivi i racconti, le discussioni sembrano non aver fine.

- Io l’ho visto bene - dicono quasi tutti quelli che possono documentare di essere stati presenti al momento dell’incidente.

- Com’era? - chiedono quelli che in sala non c’erano. La spiegazione prende le forme e le espressioni più diverse. Un ragazzo, di cui è meglio non fare il nome, gira con un foglio pieghettato su cui l’ha disegnata tutta intera, con circospezione, facendosi pregare, la mostra agli amici.

Qualche capo di buona famiglia ha chiesto un incontro confidenziale con Don Carlo, nessuno ha osato proferire accuse, in parecchi però si sono offerti volontari per visionare a priori i film ritenuti a rischio.

A causa dell’incidente per un paio di settimane il cinema è stato sospeso, motivazione ufficiale: la sala è impegnata nelle prove per la rappresentazione teatrale che si tiene ogni semestre.

Alla ripresa delle proiezioni due film dal contenuto ritenuto sicuro, cow-boy e indiani, in sala è filato tutto liscio. Domenica prossima però c’è un evento straordinario, arriva Moby Dick.

Lui ha già letto il libro, ha passato la settimana in trepida attesa, si è soffermato parecchio sul cartellone: il protagonista ha in mano l’arpione nel gesto di scagliarlo contro la balena, sullo sfondo un veliero nel mare in tempesta.

Aspetta di vedere i personaggi, quelli che lui ha concretizzato nella testa, usciti dalle righe che l’autore ha scritto.

È stato un pomeriggio a dir poco avvincente.

Che emozione vedere davvero il grande veliero Pequod, Queequeg il gigantesco ramponiere polinesiano, tutti gli altri. Non lo dice a nessuno, nemmeno ad Angelo, il suo migliore amico, ma lui il Capitano Achab lo conosceva già.

Sulla strada a metà del paese si apre un grande porticato che immette nella Curt del Purton, anche detta Vicolo del torchio.

È una specie di galleria, un alto soffitto di enormi travi, alberi grezzi, poco lavorati, regge le case sovrastanti; a metà, sulla sinistra, una porta di legno massiccio immette nella cantina dell’osteria della Sciura Lisa, è da qui che in autunno si fanno entrare le botti di vino novello.

Il cortile è lungo, subito dopo l’entrata, nell’angolo a destra, c’è un porticato, di fianco il forno del fornaio, ul Prestinè. Da quell’angolo, fin dal mattino presto, si diffonde per tutto il paese il profumo del pane appena sfornato, che fa alzare il naso ai passanti, come fanno i cani, per annusare meglio.

A metà cortile, proprio dietro il pozzo dove si forma uno spiazzo, dentro un piccolo portico, in un’unica stanza, in compagnia della vecchia mamma, abita un signore che lui, dopo aver visto il film, chiama Capitano Achab.

Quasi come quello del film, è un uomo sui cinquant’anni, molto magro, molto alto, porta una barba incolta che gli incornicia la faccia, un corto pizzetto arruffato, radi lunghi capelli che gli scendono dalla nuca fin quasi alle ossute spalle, la bocca è marcata, le labbra spesse, che si aprono sui pochi denti ingialliti, il naso stretto, aquilino, gli occhi grandi, di pece, sempre accesi, che nessuno osa sostenere.

Non lavora, vive del poco che gli passa il comune, non si vede mai in chiesa, pochissimo ai margini dell’osteria, si aggira per il paese sempre solo, a tutte le ore del giorno, qualcuno sostiene anche della notte.

Qualche volta lo s’incontra con al braccio la vecchia madre, piccola, minuta, sempre vestita di nero, con una sciarpa in testa dello stesso colore. Quelle rare volte che parla con qualcuno lo fa pronunciando le parole lentamente, guardando sempre in punti imprecisati, lontani, mai il suo interlocutore. Fa discorsi strani, che incutono timore, che nessuno riesce a comprendere. Tutto il paese lo conosce, tutti sanno, anche i ragazzi.

Succede di frequente che il suo Capitano Achab, in qualsiasi luogo si trovi e senza nessun preavviso, cada a terra.

Subito, le lunghe, magre gambe cominciano a tremare, a sferrare calci al vento, la grande bocca gli si riempie di bava giallognola, è affetto dal brutto male, dice la gente.

È sempre uno strillo ad annunciare a tutto il paese che lui è caduto, dove lui è caduto.

La gente, i ragazzi accorrono, segue un silenzio impotente.

Tanti occhi che guardano il frenetico, cupo tremore che gli scuote tutto il corpo, qualche piccolo rivolo di sangue delle ferite che si è procurato nella caduta, dalla bocca aperta esce schiuma giallognola, gli occhi enormi sbarrati, rivolti chissà dove, chissà a quali immagini del suo cielo.

C’è sempre qualche donna che si inginocchia, gli sorregge la testa, gli grida:

- Agostino! Agostino!

La produzione letteraria di Camillo Rigamonti

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