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ABBOZZI DEL TEMPO
IL MOSTRO

Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio matura il grano.

Questa estate è particolarmente rigoglioso e “avanti”, intendendo così dire che, secondo la stagione, è maturato prima degli altri anni.

Mia madre già da qualche sera ne parla a tavola, dicendosi preoccupata perché, così maturo, con la spiga bella gonfia divenuta pesante, si corre il rischio che qualche vento temporalesco lo possa abbattere spezzandogli il gambo.

Consci del problema, si decide che si deve iniziare a mietere il prima possibile, già il mattino presto, prima di andare al lavoro, senza aspettare il sabato pomeriggio, la domenica.

Sono circa le quattro, il sole non si è ancora fatto vedere anche se la luce rischiara già i campi, lui sorgerà tra non molto e provvederà a riscaldare le nostre schiene piegate.

È mia madre che si prende l’onere, la briga di svegliare la famiglia, che, a ranghi sparsi, alla spicciolata si avvia al campo da mietere. Occhi gonfi, volto perso, di fronte belle spighe che oscillano, mosse dalla brezza del mattino, i rossi papaveri che qua e là s’innalzano fra esse, tra poco tutto questo non ci sarà più. Prendiamo i falcetti che mio padre ha da tempo preparato, affilati a dovere, ci concediamo ancora un attimo di incertezza ma poi, sotto lo sguardo vigile di mia madre, pieghiamo la schiena e, con mosse rapide, cominciamo a segare. Nessuno ha ancora detto nulla, non c’è nulla da dire, c’è solo da fare.

Ognuno si prende un paio di metri sulla linea del campo, così da coprire l’intero lato corto.

Con la mano sinistra si prende un fascio di spighe, la destra, che regge il falcetto, si abbassa e va a tagliarle quasi a filo del terreno, poi si posano a formare i covoni, legati usando qualche spiga a mo’ di laccio. Alle cinque, mio padre smette di mietere, ha poco tempo per sciacquarsi il sudore e avviarsi a prendere il treno del pendolare, noi tre fratelli andiamo avanti fin dopo le sette.

La domenica successiva si deve finire di mietere, nessuno si sottrae all’impegno, la famiglia si ritrova riunita con la schiena piegata.

In queste occasioni, mentre si lavora, si discute, un po’ di tutto, qualche volta con animosità, accompagnando con gesti concitati le parole, riempiendo la campagna di suoni, voci, grida che si agitano alte sopra le schiene chinate sulla bassa terra. Questa mattina si discute del primo giro del lago in bicicletta che mio fratello Livio, che compie diciotto anni, sta organizzando con i suoi amici.

- Una di queste domeniche, dopo che abbiamo finito i lavori della mietitura - precisa, indirizzando lo sguardo verso mio padre.

Il giro del lago in bicicletta è diventata una gita classica, i giovanotti la organizzano da sempre, tutte le estati, col tempo hanno finito per considerarla una sorta di passaggio dall’adolescenza alla maturità.

- È un giro che abbiamo fatto diverse volte, - dice mio fratello maggiore Luca - si parte sempre in tanti, molto presto, è un giro bello, ma è lungo.

Si ferma un attimo e, vedendo nel campo, poco più su, Enrico, un suo coscritto, e la sua famiglia in mietitura come noi, gli urla:

- Enrico, questi giovani vogliono fare il giro del lago - indicando il fratello, che si è tirato su anche lui a guardare verso i vicini - chissà se ce la faranno?

Enrico ridacchia e, rivolto al fratello Enea, che sta mietendo vicino a lui ed è coetaneo di Livio, dice:

- Non credo, mi sembrano deboli, poi non hanno la nostra voglia per queste cose, hanno in mente altro.

S’innesca così una discussione che coinvolge tutti, si discute del traffico, che una volta era molto meno, adesso ci sono più macchine ed è più pericoloso, e si ricordano le scottature da sole.

- C’è voluta una settimana e un vasetto di Prep l’ultima volta - si ricorda Luca.

Qualcuno poi solleva il problema del percorso, meglio andare da Lecco e tornare da Como o viceversa?

Sull’argomento prende parola mio padre, sostenendo che loro andavano da Como e scendevano verso Lecco, Enrico e Luca sostengono invece che è meglio fare prima Lecco e solo dopo Como, anche perché, arrivati a Como, si può fare una puntatina in Svizzera dalla dogana di Brogeda.

- In Svizzera ci siete andati a fare benzina perché l’avete finita - ridacchia mio padre.

La mietitura procede spedita, il campo cambia faccia man mano che si avanza, le gialle spighe, che poco prima dondolavano al vento, giacciono ora stese, legate in mazzi, la terra torna a essere del suo colore scuro, prima era d’oro.

Verso metà mattina, con la schiena piegata dall’alba, il sole oramai quasi a picco splende, scalda, e un po’ tutti cominciano a lanciare occhiate speranzose al sentiero che scende dal paese. Il pensiero va all’acqua, quella che abbiamo portato è finita da un pezzo, si confida anche in altro.

Sappiamo che è da quella direzione che deve arrivare, siamo certi che, oltre all’acqua presa alla fontana nei fiaschi ricoperti di paglia, la Francesca porterà la merenda.

Salame, pancetta, retaggio del maiale ucciso in inverno, formaggio comprato in negozio o caprini che fa mia madre, pezzi di pollo o coniglio arrosto, avanzi della cena o del pranzo del giorno prima. Mio padre spera sempre che almeno un fiasco contenga del vino, anche se sotto il sole fa girare la testa.

Nel pomeriggio, finito di mietere, raccogliamo i covoni in cumuli incrociati con le spighe messe al centro per essere protette dall’umidità, la costruzione della meda è rinviata alla domenica successiva.

Per trasportare i covoni dove si posizionerà la trebbiatrice prendiamo a prestito cavallo e carro. Il luogo è ai piedi della collina in uno spiazzo cui si accede dalla strada che dalla Visconta sale al paese.

I covoni sono disposti in circolo, al centro si mettono le spighe, le prime appoggiate non sulla nuda terra, ma su fascine di legno, poi si procede con gli strati successivi, fino a finire i covoni disponibili. Alla fine la meda è bella, tonda, grossa, grassa e alta quasi cinque metri. Vicino a quella degli altri contadini sembra la più mingherlina, la nostra famiglia non è più contadina come i vicini da tempo, noi siamo anche operai.

La trebbiatrice, detta più comunemente la macchina de bat, è chiamata così in ricordo di quando il grano si “batteva” sull’aia, usando pertiche e bastoni per dividere il chicco di grano dalla pula.

La macchina de bat non è una macchina, per me è un vero e proprio mostro, uno di quelli buoni, ma pur sempre un mostro, una di quelle creature capaci di fare cose complicate, che nessuno tuttavia sa come riescano a fare. È enorme, con la pelle di legno di un bel colore arancio carico. Altissima, più di quattro metri, lunga oltre dieci, ha una grande bocca da cui fa uscire la paglia che viene pressata in balle legate con fili di ferro e un culo da cui escono i preziosi chicchi di grano.

Nel periodo della mietitura, la trebbiatrice si sposta di paese in paese, d’aia in aia, ovunque sono state preparate le mede da trebbiare.

Mancano due giorni all’arrivo della macchina, quando nell’aia di un paese vicino succede un incidente che quasi costa la perdita di una mano a un contadino. Costui ha avuto la bella idea di appoggiarla, chissà per quale motivo, sulla grossa cinghia che lega il trattore alla macchina per trasmetterle il movimento. La sera, a cena, si commenta il fatto:

- La macchina de bat - dice mio padre - è molto utile, ma bisogna stare attenti, è pericolosa - così dicendo mi guarda come a volermi ammonire - non bisogna avvicinarsi con leggerezza, ogni tanto succedono incidenti come quello di ieri. Fa una pausa per guardare pensoso mia madre, che sta radunando le briciole sul tavolo, e conclude: - Per fortuna gli incidenti non sono tutti come quello successo quell’anno, subito dopo la guerra; lo ricordiamo ancora oggi, ma poi forse non è stato neanche un incidente.

- Cos’è successo?

Mia madre interviene, noto che fa un cenno, gli manda un’occhiata in grado di fulminarlo, almeno nell’intenzione.

- Niente di particolare - mente mio padre svicolando, inventando - quella volta, nel passare il ponticello sulla Bevera, non avendo posizionato bene le assi ai lati, una di esse si mosse e si rischiò che il mostro, come lo chiami tu, finisse gambe all’aria a farsi un bagno nel torrente.

Una balla colossale.

Faccio finta di nulla, so a chi chiedere, stasera è tardi e Alfredo va a letto con le sue galline, a quest’ora è beatamente sotto le coperte, mi riprometto di tampinarlo il giorno dopo.

- Alfredo! - chiedo appena entrato in casa, la sera dopo, mentre lui è di fronte al camino, acceso anche se siamo a luglio, che traffica: sta facendo cuocere qualche pastone dei suoi, per i conigli.

- Domani arriva la macchina de bat - gli annuncio.

Lui mi guarda, sorride.

- Ho sentito, ha finito dai Bristula nei campi dietro Villa Ferrera e viene da voi, tuo padre ci sarà quest’anno? - sapendo che mio padre lavora e occorre qualcuno che possa dare una mano.

- No, non so, credo di no - ribatto girando intorno al tavolo per andare a sedermi un po’ lontano dal calore del camino.

- Alfredo, cos’è successo qualche anno fa con la macchina de bat, qualche incidente forse ? Hanno detto che ieri uno si è scorticato una mano.

Alfredo toglie il coperchio e mescola il suo intruglio fissando il fuoco, sembra pensare.

- Non ricordo! Qualche anno fa? Chi ti ha raccontato di un incidente?

- Nessuno - rispondo - Mi è sembrato di sentire che ne parlavano i vecchi all’osteria - mento.

Sono deluso, Alfredo sembra non sapere niente, non ricorda nulla, mi alzo per andarmene, quando Alfredo ha un sussulto e batte le mani che ha sempre conserte l’una contro l’altra sulle ginocchia.

- A meno che tu non voglia sapere del barbone.

Alfredo si prende tutto il tempo che vuole, fa sempre così, sembra non avere mai fretta, dondola piano avanti e indietro con le mani giunte ficcate in mezzo alle ginocchia.

Quando si decide, guarda le piccole fiamme, ci vede i ricordi.

- Sono già passati una decina d’anni, è stato, credo, subito dopo la fine della guerra e in quel periodo c’era in giro tanta gente sbandata, reduci, poveri, tutte vittime di quella follia.

Quell’anno la macchina de bat aveva iniziato da una quindicina di giorni il suo giro tra paesi e cascine e uno di quei tanti poveri cristi, - si ferma un attimo a pensare - mi sembra che fosse chiamato ul Barba, per via della lunga barba che gli arrivava fin quasi al petto, seguiva gli spostamenti della macchina perché così aveva modo di far finta di dare una mano e scroccare qualcosa da mangiare, che i contadini non gli negavano mai.

- Si dava da fare anche con il padrone della macchina, lo sopportava solo perché gli faceva compassione, in fondo gli era simpatico, in ogni caso, sapeva che non poteva fare affidamento su un tipo come lui.

Poi si disse che era anche sempre un po’ alticcio, ma forse questo non era vero, io non l’ho conosciuto.

Si alza per andare a prendere il secchio in cui versare il pastone; ha deciso che è cotto.

- Un mattino presto, il sole sta ancora spuntando, i contadini, i curiosi che non mancano mai, sono tutti intorno al “mostro” pronti alla giornata di festa, di lavoro, riprendendolo da dove lo hanno interrotto la sera prima.

Come sempre, il padrone della macchina controlla velocemente l’assetto della cinghia, fa scorrere lo sguardo di fianco, sotto la pancia del mostro, aziona la leva del trattore che mette in moto il tutto.

Quello che succede in quel momento in seguito è stato raccontato in mille modi, a me l’ha raccontato uno che disse di essere stato presente. Appena tutti i meccanismi furono in moto, si sentì uscire dalla pancia del mostro un urlo che gelò il sangue nelle vene di tutti. Dopo un attimo di smarrimento, si capì che cosa era successo e il padrone della macchina de bat si precipitò a fermare il trattore.

Il mattino della trebbiatura ci siamo alzati tutti presto, molto presto.

La macchina de bat, trainata dal trattore, riesce a passare indenne il ponticello sulla Bevera, dove in molti temevano che potesse accadere qualche disgrazia, per via della larghezza delle ruote del mostro, che sono giusto giusto della misura del ponte. Passato con estrema cautela il ponticello, la macchina viene posizionata in mezzo alle mede, in modo che, salendo su di esse, si possano fare ingoiare i covoni al mostro perché provveda a trebbiare.

Il mostro è circondato da contadini, gente curiosa, tanti bambini.

Tutti stanno seguendo in silenzio i preparativi; sistemato il trattore, agganciata la lunga cinghia di trasmissione al grande volano della macchina, si controlla che sia in giusta tensione. A quel punto si dà gas al trattore, la cinghia, con indolenza, comincia a girare il volano e questo mette in moto tutti quegli strani meccanismi che non si vedevano, ma che si sentono muoversi nella pancia di quella strana creatura.

L’avvio è stato lento, come di chi, grande e grosso, fa fatica a muoversi, pieno di cigolii, di sbuffi di polvere provenienti dalle narici della bestia.

Poi si è aumentata la velocità, più celere è il movimento, più alto è il rumore; da questo momento i presenti possono evitare di parlarsi, si fanno cenni, si urla, si accosta la bocca all’orecchio.

È iniziato un giorno di trebbiatura e, senza interruzioni, fino a quando ci sarà luce, intorno alla macchina de bat si affanneranno in tanti, tutti con lavori ben definiti.

C’è chi, salito sulla meda, alimenta il mostro di covoni, buttandoli nella sua bocca, ci sono gli addetti alla legatura delle balle di paglia appena uscite dal mostro, piazzati ai lati della macchina che la pressa. C’è chi le toglie e le accatasta e chi è addetto al controllo dei sacchi del grano, che la macchina vomita da due bocchette e che, una volta riempiti, devono essere legati e spostati per far posto a nuovi sacchi da riempire.

Il baccano è incredibile, una nuvola di polvere spessa avvolge tutto, i contadini lavorano con lena dandosi il cambio.

Come spesso capita in campagna, è un lavoro fatto in comune, senza remore e senza lesinare la fatica da parte di nessuno. Nei contadini c’è attesa, trepidazione, è il lavoro di un anno; contano, confrontano quanti sacchi hanno riempito, paragonano il raccolto a quello dell’anno precedente, fanno commenti sulla qualità del grano che esce dalle bocchette, prendono in mano i chicchi e li fanno scorrere tra le dita, ne masticano alcuni per provare la consistenza.

In ogni caso è un giorno di grande festa.

È una festa contadina, in cui tutti sono sporchi, sudati, pieni di polvere, con la testa assordata dal tanto frastuono, le braccia stanche da tutto quell’alzare, buttare, spostare. Si guardano in viso, ridono, si passano bicchieri di vino portati dalle donne, in cui galleggia anche un po’ di pula, tutti a pesare con gli occhi i sacchi di grano, la catasta della paglia. Ognuno stima in cuor suo, con occhi e animi diversi, il risultato di tanto lavoro.

A metà pomeriggio, finito di trebbiare la nostra meda, da cui anch’io avevo aiutato a buttar covoni in bocca al mostro, qualcuno e con la sua bocca al mio orecchio mi urla felice:

- Abbiamo fatto dodici sacchi e mezzo, uno più dell’anno scorso.

La produzione letteraria di Camillo Rigamonti

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