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ABBOZZI DEL TEMPO
PAESE

E’ inutile illudersi, sperare di trovare, sognare di poter rivedere.

Non ci sono più le ville, i cortili, che si adagiavano sulla collina, sono cambiati i casolari, i borghi, le cascine che un tempo, senza un ordine, stavano sparpagliate tra i campi, sui pendii dei rilievi. Sono mutate le stradine, i sentieri, ragnatela di piccoli, leggeri fili che tessevano strane, bizzarre sagome, tracciavano i confini dei campi, solcavano le gonfie gibbosità dei rilievi, talvolta andavano a perdersi nei prati, nelle profondità dei boschi. Schizzi surreali, che assumevano forme sempre diverse, mutevoli, nel loro stesso andare. Traccia di terra angusta, scura, serpeggiante nel verde dei prati; lastricato di sassi mai uguali, larghi, piatti, piccoli, tondi, grigi; cammino ampio, dritto, fiancheggiato da alberi, da siepi spinose, a volte cariche di nere, aspre more; che accompagna, supera una roggia, un ruscello; viottolo scavato dalle tracce del passaggio dei carri.

Sono scomparse le rogge, i ruscelli, le pozze in cui si andava a bere, a bagnarsi nei caldi pomeriggi d’estate, a rompere il ghiaccio, pestando con i piedi, tirando pietre sulle placche che fiorivano nelle anse, nelle pocce, dove nei grigi giorni d’inverno il freddo più si accaniva.

Non si può più perdere tempo ad ascoltare i racconti, le misteriose fiabe, i motivi che lo sciabolio dell’acqua, quando di corsa si insinua tra un sasso e l’altro accarezzandoli, regala a chi vuole ascoltare.

È cambiato il disegno che lo sguardo coglieva, è mutata la semplicità, la sobrietà dei contorni, la cruda immagine che testimoniava le condizioni di vita nei cortili, si sono alterati i colori, gli odori che svelavano lo scorrere del tempo, delle stagioni.

Sono mutati l’andamento della vita, i ritmi del quotidiano, quelli che riempivano di gente le piazze, le strade, i cortili, i campi. Si è smarrito il tempo, il suo divenire non è più scandito dai rintocchi del campanile della chiesa.

Lo assale il dubbio che quel paesino in collina, a metà strada tra la grande città e le montagne, quello che vede quando scruta dentro i suoi ricordi, non sia realmente mai esistito, sospetta che sia solo lui che lo fa essere così come lo racconta.

Il paese è minuscolo, poche nobili ville con i loro fiorenti giardini tengono avvinghiati a sé poveri, servili cortili, insieme si stringono intorno ad una piccola piazza, alla chiesetta di mattoni rossi, al suo quadrato campanile.

La contrada si adagia sull’ampia verde collina, ha lo sguardo rivolto alla corona di monti che incorniciano l’orizzonte, le spalle alla pianura, alla lontana città, che nei giorni limpidi di primavera si può scrutare dalla cima della collina occupata da campi coltivati, dal retro del giardino di Villa Ferrera.

Al paese si arriva da direzioni contrapposte, tre stradine che s’incocciano in un solo punto, sulla cima del colle, sotto lo sguardo indulgente di una Madonnina.

La via di fondo valle si snoda nel piano tra le colline, rasenta le alte mura dell’imponente parco della secolare villa, un tempo casa di campagna di un ramo dei Visconti. Dall’inizio del ventesimo secolo, la villa è una delle tante sedi dei frati dalla veste nera, la croce rossa di stoffa sul petto, che da secoli si dedicano alla cura dei malati. Pochi cortili, rade case si addossano al palazzo, al giardino, alla minuta chiesa; un piccolo borgo, Villa Visconta.

È in questo punto che la strada si dirige verso la collina dove, alzando lo sguardo, si può scorge il paese disteso.

Prima di salire, la via costeggia un ampio declivio ai piedi della collina, piccoli fossi, filari di alberi, arbusti tracciano i confini dei campi, dei prati, disegnano forme quasi regolari, vanno a incontrare i campi che scalano a terrazza e danno sagoma alla collina, in alto, vicino alle case, gli orti, gli alberi da frutta.

Sul lato opposto, rasente la strada, si erge Ul Bosc de Franceschin.

Scuro, incolto, vi crescono per lo più robinie, cespugli, rovi spinosi che lo rendono quasi impenetrabile, come se volesse proteggere la roggia che vi scorre nel mezzo.

La Bevera nasce molto lontano, raccoglie le acque dalle prime alture dei monti, come tanti suoi fratelli, scorrazza qua e là verso la pianura ingrassando sempre di più, diventando sempre più pigra, mentre scansa le colline, lambisce campi, borghi.

In quel punto, quasi in piano, esce lemme dal bosco, passa sotto il ponte che sorregge la stradina, prosegue oltre la Visconta. Dopo avere molto vagato, perso tempo, va a morire nel Lambro.

Proseguendo, la strada giunge a una leggera curva da cui si staccano in direzione opposta due sentieri, entrambi incisi dalle tracce delle ruote dei carri che li solcano e che vanno a perdersi nei campi coltivati.

Da quel punto si sale con decisione lungo il pendio verso l’abitato, tagliando di traverso la collina che degrada in ampie terrazze, orti, piccoli frutteti, campi erbosi, un disordine verde che testimonia l’alacrità dei contadini nello sfruttare ogni spazio di terra esposta al sole. A metà della salita, sulla sinistra sorge, solitaria, la scuola del paese, poco più avanti si incontrano le mura che segnano l’angolo più basso del parco di Villa Bossi-Mantovani. Qui si gira a gomito, lambendo gli alti muri da un lato e l’ampio verde pendio che sovrasta la scuola dall’altro, ci si avvia verso la sommità della collina, dove inizia il borgo.

Dalla curva, verso valle, si stacca una stradina sterrata, che dapprima va a visitare la Fabbrica, una grossa cascina, poi prosegue, rasenta una macchia boscosa, attraversa prati, campi coltivati, fino ad incontrare poche case, qualche stalla, il Barzaghino, oltre si diramano viottoli per carri e pedoni che vanno a smarrirsi nei prati, tra i caotici spazi dei boschi.

Dall’angolo delle mura di Villa Bossi-Mantovani ha inizio anche un piccolo sentiero per soli pedoni, che strisciando contro le mura della villa permette, a chi viene a piedi dalla pianura, dalle cascine sparse sulle colline, di aggirare il paese in direzione di Besana. È molto frequentato il mercoledì mattina, giorno di mercato, quando tutti, ansiosi di arrivare prima, con la scorciatoia accorciano il tragitto.

Sulla strada che sale al paese, dopo Villa Bossi-Mantovani, si incontra Villa Negrinelli-Zappa, poco oltre si apre un informe slargo, l’entrata del paese.

La piccola piazza è delimitata da un basso muro, la murella, uno sguardo su un angolo di mondo.

Seduti su quel muro, il paesaggio appare immobile, i colori decisi dalle stagioni, l’illusione che tutto sia tanto vicino da potersi toccare con un dito, basta allungare una mano.

Non bastano i soli occhi per afferrare quello che incontrano.

Declivi di prati che corrono giù dalla collina, tagliati a metà dalla grigia stradina, feriti dai bruni sentieri che li percorrono; strette balze coltivate, orti, filari di verdura, campi di verze, di patate, alberi da frutta; terreni coltivati che disegnano forme geometriche diverse, tinte differenti per seminato; macchie boschive, disordinate, confuse, intrecciate creano sagome bizzarre; ruscelli, piccole rogge, dalle rive disegnate dall’ erba alta, dalle siepi, dagli arbusti, da filari di alberi; in lontananza le colline, che si alternano come onde che scendono giù dai monti verso la pianura; gibbose alture che si ergono qua e là, senza nessuna disciplina; disseminati un po’ ovunque tra le colline cascine, borghi, paesi, case, campanili.

Infine, a chiudere l’orizzonte, il grigio profilo che confina con il cielo, le montagne, le Grigne, il Resegone, il Monte Rosa…

Profili mai uguali, da toccare, da seguire con un dito della mano protesa nell’aria, forme con cui provare a fare l’eco con alte grida che però svaniscono sempre perdendosi nella valle, rispondono solo se, girandosi, si rivolge il grido alla mura delle ville.

Rivolgendo lo sguardo verso il paese, la strada serpeggiando s’inoltra nell’abitato, dividendolo in due, le ville da un lato, di fronte le case, i cortili addossati, incollati tra di loro.

Dopo poco si apre una piazzetta, l’entrata delle ville. Villa Negrinelli-Zappa, alta oltre tre piani, grandi grigie finestre allineate a decorare la parete chiara. I cancelli d’entrata, quello pedonale, quello carraio, entrambi in ferro battuto, occupano quasi tutta la parete di fondo dello spiazzo. Sulla destra la piazzetta è chiusa dalla parte posteriore di villa Bossi-Mantovani, anch’essa con grandi finestre di colore marrone scuro, le pareti della villa sono giallo intenso.

L’utilizzo della Piazzetta non è appannaggio dei signori delle ville, loro sono solo i proprietari, nelle ville disabitate i signori soggiornano molto raramente.

Lo spiazzo ha il pregio di trovarsi in mezzo al paese, da tempo è diventato il luogo di ritrovo per giochi, un campo di calcio. Di fronte, di là dalla strada, l’ampio ingresso della bottega del Prestinè, il panettiere, con le sue golosità, i suoi profumi.

Spesso su questo campo, nel bel mezzo di un’accanita partita, con il risultato ancora incerto, si consuma un dramma, le cause sono diverse.

Qualcuno, per vietarci di scavalcare il cancello carraio di Villa Negrinelli-Zappa per andare a recuperare il pallone che qualche volta vi finisce, ha avuto la geniale idea di tirare dei fili di ferro. Gesto legittimo, lodevole, che ci risparmia la fatica di scaravellare; il cancello sulla sommità ha tante baionette rivolte verso il cielo, ogni volta qualcuno di noi rischia di lasciarci non solo i calzoni. Azione pensata da un vero criminale, perché il filo su cui vanno ad immolarsi decine di palloni di plastica è spinato.

L’altra causa di guai, non meno grave, non meno rara, è quando il pallone finisce verso la porta della bottega di Giuvan Prestin.

Allora ci affidiamo alla nostra abilità nel recuperarlo, inseguendolo, se la palla si va a cacciare nel profondo del negozio è a rischio l’incolumità nostra e del pallone. L’epilogo più duro da accettare accade quando la Scura Caterina, la vecchia prestinaia, si siede sulla porta. Sappiamo il vero motivo che l’anima. Anche se lo sguardo sembra andare altrove, alla via, ai passanti, in realtà lei non perde di vista il girovagare del pallone tra le nostre gambe. Lei non ha fretta, prima o poi la sfera finisce nel suo raggio d’azione, in un batter d’ali la sequestra.

Di fronte alle nostre accorate suppliche, mossa da chissà quale imperscrutabile criterio, lei ha diversi portamenti. Lo restituisce subito, conquistandosi scroscianti applausi, lo tiene ben stretto in grembo, godendo del nostro piagnucolare, oppure si cava dalla tasca del grembiule una lunga forbice, ci guarda ben bene in faccia, l’affonda piano nel pallone.

Proseguendo sulla strada che divide il paese, sulla destra, s’incontra una galleria chiamata Purton, che immette nell’omonimo cortile.

A seguire la bottega-osteria Sciura Lisa, la porta della Curt dei Bristula, di fronte i cancelli di Villa Bossi-Mantovani, con la portineria che lambisce la via. Più avanti la strada piega decisamente a destra, ci si trova all’improvviso di fronte alla chiesa, i gradini d’ingresso lambiscono il ciglio della via.

La piazza è piccola, la strada le scivola attorno isolandola solo di poco dai cortili che vi si affacciano.

La Curt dei Massaia, anche detta dei Sumaschen, sbarrata dal grande cancello mai tenuto chiuso, la Curt Dei Paisan Neuf , anche chiamata la Curt de Zuè dal nome Giosuè, il contadino che vi abita, è aperta a formare uno slargo. Proprio di fronte alla chiesa, il portone della Curt dei Bristula. Poco oltre i tavoli del Circolino Famigliare, nell’angolo la fontanella che porta in piazza la fresca acqua della sorgente ai piedi della collina.

Oltre la chiesa, la strada gira bruscamente a sinistra, sfiora il campanile per ripartire, con rinnovato vigore, ancora in salita verso la cima della collina.

Dietro il campanile inizia un muretto di contenimento del grande prato coltivato, che, dalle tonde absidi della chiesa, va a confinare con un piccolo bosco di grandi abeti secolari. Dall’altro lato della via che inizia dalla chiesa c’è l’entrata alla Curt dei Marave. Seguendo la strada in salita si incontra la palazzina del mercante di bestiame detto ul Truscia, strisciando contro il muro di cinta inizia un sentiero in discesa che conduce alla fontana, dove in ogni stagione si lavano e si sciacquano i panni di tutto il paese. La casa del Truscia è grande, ha due piani, un cancello porta a un cortile in discesa dove ci sono porticati, un tempo stalle, adibiti a vari usi, oltre la casa il giardino, il frutteto che confina con la villetta del parroco del paese, Don Giuseppe ul Pretin, così chiamato perché piccolo, magro, irascibile. È una palazzina non molto grande, su due piani, con un piccolo giardino circondato da una rete metallica tutta ricoperta di rampicanti.

Dalle finestre della casa, il parroco può sempre tenere d’occhio il suo luogo di lavoro, la sua bella chiesetta rossa in fondo alla via. Sul retro c’è l’orto, si sussurra essere coltivato dalla perpetua, Don Giuseppe non ama occuparsi di cose terrene, tuttavia, mentre lei zappa, semina, diserba, lui, per starle vicino e farle compagnia, passeggia avanti e indietro leggendo il suo uffizio quotidiano all’ombra dei grandi abeti, non c’è anima che osi disturbarlo.

A pochi passi il crocicchio, dove si incontrano le tre strade sulla sommità della collina, le alte mura di Villa Ferrera, che delimitano l’immenso parco, in quel punto racchiudono l’ampio terrazzo che sovrasta la strada, protetto da un lungo parapetto, tante panciute colonnine di muratura decorate, il punto più panoramico della villa.

Sotto il poggio, una parete ricoperta da lastre di granito, in alto in mezzo al parapetto, la Cappelletta della Madonnina, al centro la nicchia votiva, decorata da una cornice, un piccolo davanzale per ospitare mazzi di fiori, i lumini di compagnia. A livello stradale, un basso gradino di granito serve a molti scopi: pregare l’ospite della nicchia che guarda dall’alto; meditare laicamente con lo sguardo rivolto al paese, al meraviglioso paesaggio di sfondo; aspettare la corriera, che qui fa le sue fermate; sedersi solo per riposare.

La nicchia della Cappelletta ospita il dipinto di una Madonnina la cui provenienza si narra essere incerta, fonti storiche dicono che proviene da altro luogo, sottratta indebitamente non si sa da chi, fatti d’altri tempi.

La Madonnina è molto venerata da tutta la borgata, ha donato il nome a quel luogo, divenendo un dei simboli del paese.

C’è tutti i giorni chi s’incarica, con un semplice atto di fede, di portare fiori, un segno di luce, una preghiera.

Verso il tramonto, la pia donna sale dal paese, ha la piccola scala sulla spalla, il secchiello dell’acqua, i fiori, il lumino nascosto nella tasca del grembiule. Cammina piano, non ha fretta. Appoggia la scala, sale a prendere il vaso, sceglie i fiori da sostituire, con cura sistema quelli che ha portato, disponendoli, spostandoli, fino a quando la composizione non esprime quello che il suo estro le suggerisce, ripone poi il vaso là dove deve stare. Ridiscesa la scala, si scosta un poco per verificare l’effetto, spesso, non soddisfatta, risale, rigira in qua e in là il vaso fino a quando si sente appagata, solo allora si dedica al lumino. Finito quel rito, si siede sul gradino, la schiena appoggiata al muro di granito, dirige il viso al paese giù, in basso. Lo sguardo è sereno, lungo, lontano, forse prega, oppure medita, o più semplicemente si riposa.

Di fianco alla panchina, incassato nel muro al livello della strada, un grosso cippo segnaletico anch’esso di granito, con frecce, numeri incisi nella dura pietra, ricorda ai passanti le direzioni, le distanze dei paesi nei dintorni.

Si hanno così notizie sicure sulla via da prendere: a sinistra, lungo la muraglia, è segnalata Besana a 1,2 Km, sul lato opposto, Valle Guidino, segnalato a 1 Km. Per arrivare a Villa Raverio si legge che ci vogliono 2,5 Km, se poi proprio si vuole fare un viaggio, si può anche pensare di andare a Carate Brianza, a ben 4,5 Km di distanza.

Seguendo l’indicazione del cippo verso Besana, a pochi metri sulla destra s’incontra la faraonica entrata di Villa Ferrera, di fronte quella più modesta della Villetta del fiorista.

L’ingresso a Villa Ferrera è posto in un spiazzo in leggera salita, la pavimentazione è di ciottoli di diverse gradazioni di colore, dal bianco al grigio molto scuro, che formano svariati motivi di decorazione: una cornice, che corre tutto intorno, elementi floreali in corrispondenza degli angoli, un emblema araldico al centro. Come per tutte le ville padronali, vi sono poi i due cancelli, uno grande per il passaggio di carri e auto, uno piccolo per il passaggio pedonale. Il cancello grande è composto di due enormi battenti realizzati in ferro battuto ancorati a due possenti pilastri in muratura, sulla cui sommità si alzano vasi di cemento con fiori. I battenti sono formati da decine di lance a punta rivolte al cielo, tenute insieme da diversi ferri piatti, tondi, quadrati, attorcigliati, che disegnano forme decorative; il cancello piccolo, ricavato come apertura nell’alto muro, è anch’esso di ferro battuto, barre piccole, ferri piatti longitudinali.

Di fronte, dall’altra parte della strada, un cancello immette nella Villetta del fiorista.

Due pilastri, molto più modesti di quelli della villa di fronte, sostengono uno striminzito cancello semiarrugginito sempre aperto, che immette su un bel viale di terra battuta, fiancheggiato da alti platani.

Il viale porta alla casa, che sovrasta un ampio declivio verso Besana, le cui terrazze e parte del piano sono coltivate a fiori di svariati tipi. La villetta è una casa molto semplice ma molto graziosa, i locali sono stati adattati all’attività che vi si svolge, ampi spazi dove sono sistemati i diversi tipi fiori da portare al mercato in città.

La strada prende poi a scendere, poche decine di metri e si arriva al piano, la strada continua girando a sinistra, la cinta della villa prende la via dei prati e dei campi. Lungo il muro è stato ricavato un pollaio protetto con un’alta rete metallica, dove i custodi di villa Ferrera tengono polli, conigli e altre bestie commestibili. Chi vive in villa può fare a meno del canto del gallo per svegliarsi al mattino, inoltre preferisce la fragranza dei suoi fiori a quella di volatili rinchiusi.

Poco più avanti s’incontra un edificio stretto, alto, abitato da poche famiglie.

Di fianco, un cancello immette in un ampio cortile sul cui fondo c’è l’abitazione di un commerciante di vini, al piano terreno, spaziose cantine con le enormi botti allineate alle pareti.

Proseguendo, sulla sinistra, una strada sterrata conduce all’entrata del giardinetto di una casa-INA, una di quelle anche chiamate case-Fanfani in onore di quel santo, piccolo uomo che le ha pensate, pianificate, fatte erigere, in tutta la nazione.

Palazzine, dai colori scialbi, costruite tutte con gli stessi criteri: quattro piani, due appartamenti per piano, un paio di stanzette, un cucinino, un salottino, un bagnino, cuciti insieme da un corridoino; edifici di quattro o più piani senza ascensore; edificate sempre alla periferia dei paesi, là dove iniziano i campi, pensate per dare la casa al popolo, per offrire lavoro a tanti, e ricchezza a pochi, staccate dall’ambiente urbano, proprio come quella messa lì, su quel viottolo. Preda ambita dai pochi impiegati, operai, malcelato desiderio dei contadini, che non possono certo portarsi i loro ingombranti animali in quelle linde stanzette.

La stradina continua poi fino al campo di calcio, dove la domenica spavaldi giovanotti riescono nell’intento di sollevare l’entusiasmo dei compaesani facendo dimenticare loro, almeno per un paio d’ore, le gioie del vivere quotidiano.

Subito dopo sorge il Consorzio Agrario, delimitato in tutto il suo perimetro da un’alta rete metallica.

Un enorme cancello immette nell’ampio cortile, sulla sinistra s’innalza il capannone color giallo-spento, sulla destra, circondata da un grazioso giardino, c’è la villetta della famiglia che gestisce il consorzio. La casa è collegata al capannone da un’ampia tettoia costruita a protezione dell’entrata e della grande pesa, formata da un’enorme buca rettangolare, coperta da una lastra di metallo a filo terra che funge da piatto della bilancia. Di fronte al consorzio sorge una villetta con un bel giardino e una semplice casa rettangolare che ospita famiglie d’impiegati.

Oltre il Consorzio, le carte civiche dicono che si passa in territorio di Besana, pertanto qui ci fermiamo.

Tornando alla Madonnina, l’altra strada lambisce ancora per un buon pezzo il muro di cinta di villa Ferrera, per poi proseguire dolcemente, giù dalla collina, degradando tra campi e prati.

Dal muro di cinta un sentiero conduce all’ampio pianoro in cima all’altura, da dove si può ammirare la pianura che precede le periferie, la città, tanto ambita e tanto lontana. Il sentiero poi si fa stretto, sinuoso, si addentra in un bosco di robinie e felci, scende giù fino a incontrare la ferrovia, passate le rotaie, si addentra tra le prime case di Valle Guidino.

Questo e tanto altro è quello che ricordo di quel paesino che non c’è più.

La produzione letteraria di Camillo Rigamonti

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