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L’arcano sogno del dialogo

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PAGINE SPARSE
CONQUISTARE

Verso est il sole ancora si nasconde dietro le montagne che corrono lungo tutta la valle.

Le cime si stagliano scure, affondano il tormentato profilo nell’immenso azzurro, come fosse il mare. Dove i bordi s’incontrano, la luce rifulge in un’aureola, che va rischiarando sempre più. Sopra le cime, rare nuvole, stiracchiandosi, si allungano parallele alle creste, hanno bordi imbiancati in soffusa trasparenza che esaltano il grigio rivolto verso il basso, là dove ancora non arrivano i raggi del sole.

Abbozzano così brune forme che mutano ad ogni istante, quando i raggi di luce le trafiggono. A ovest le cime sono ancora in ombra, la luce non tarderà a colpire le creste, poi, lentamente, inizierà la corsa a scendere, sempre più giù, fino a invadere l’altopiano per andare a scaldare il piccolo villaggio che si adagia, e ancora, senza mai arrestare nemmeno un istante il suo cammino, il sole arriverà sul ciglio del pianoro, dove all’improvviso degrada nel vuoto, giù in basso, fino al fondo della valle, dove scorre il turbinoso grande fiume.

Erica, con in mano l’amata tazza di caffè colma fino all’orlo, si è affacciata alla porta di casa.

Come tante altre mattine, lei ama sorseggiare il primo caffè, in compagnia dell’alba, prima di farsi invadere dai pensieri del giorno. Per alcuni minuti, rimane così, ferma, appoggiata allo stipite della porta, assapora quel tempo. Forzando la voglia di dilatare quegli attimi, torna in casa, afferra lo zaino, la borraccia, la giacca a vento. Mentre la indossa lo sguardo si ferma un attimo sulla scala, sui gradini di legno che portano al piano delle camere, dove dorme il marito. Esce, sul pianerottolo alza lo sguardo verso le cime oramai piene di luce che spuntano alte alle spalle della casa, senza perdere altro tempo si avvia sulla stradina che taglia dritta la montagna di sbieco, lungo l’ampio pendio.

Erica porta bene i suoi quasi quarant’anni.

Non molto alta, corporatura compatta, aggraziata, esito di esercizi fisici costanti in palestra, dell’assidua frequentazione dei bagni termali del paese, di lunghe escursioni in montagna. Viso tondo, occhi scuri, grandi, belli, donano a tutto il volto una luce particolare, che sa suscitare interesse. I capelli, sempre molto corti, taglio da maschio, raccontano di una persona determinata, dal carattere deciso, sicura di sé. Lei è nata e vissuta quasi sempre in paese, sull’altopiano a oltre milleseicento metri di altitudine. Solo raramente ha lasciato quel luogo: qualche viaggio, qualche giorno per far visita ad amici, per brevi escursioni in città. Il periodo di lontananza più lungo è stato per gli studi universitari. Della città ha apprezzato un certo modo di vita, le possibilità di svago, le probabilità di fare nuove amicizie, poco altro. Dal paese lei ha avuto tutto il resto, un lavoro che le

piace, che le permette un buon tenore di vita, i libri, la musica che adora, la radio e poi le montagne, il tanto che per lei rappresentano. L’amore l’ha conosciuto fin dai banchi delle elementari, tuttavia, fin dall’inizio della convivenza, troppe cose non hanno funzionato e lei si è trovata sola a dover gestire l’unica figlia, a vivere con un matrimonio appiccicato addosso, senza più nessun sentimento.

Anche questa mattina sta pensando a questo, mentre lascia la piccola strada sterrata che risale con ampi tornanti l’altopiano.

Si ferma, gira lo sguardo verso il paese che si protende sull’altopiano, quasi con ansia cerca una casa, la trova, si passa una mano tra i capelli, un sorriso le illumina il viso. Poi si gira, prende decisa il sentiero che attraversa gli ampi verdi prati, l’erba è già alta, tra non molto verrà falciata per fare fieno. Oltre i prati, il sentiero si inerpica lungo il fianco della montagna, tra pini e abeti: ha di fronte a sé diverse ore di salita.

Il suono, anche se dolce, non smette, insiste, lei si illude, aspetta che si fermi, è ancora invasa dai sogni che è andata a cercare per tutta la notte, a fatica allunga la mano verso il comodino.

Roberta vive di sogni, le basta concentrarsi prima di prendere sonno, sono momenti in cui si perde a immaginare e a fantasticare, è sicura che poi si troverà immersa a vivere quei sogni, forse non proprio come da lei vagheggiato, ma, in ogni caso, capaci di creare emozioni anche forti. È da quando era bambina che cerca di tenere testa alla vita giocando coi sogni, con essi alimenta quella briciola della sua esistenza che reputa bella. La parte non bella c’è ed è anche pesante, certe volte opprimente, è quella che lei cerca di mitigare il più possibile, certo non solo coi sogni. Da qualche tempo ha trovato un motivo in più per superare avversità, problemi, una ragione in più per sognare. Si è imposta di realizzare un sogno, non più uno di quelli, seppur belli, vissuti da sola tra le lenzuola.

Accortasi di essere sveglia, a fatica si è alzata, è subito andata alla finestra che si affaccia sull’altopiano, verso est, dove il sole è ancora nascosto dalle montagne.

Scostando le tendine, si è soffermata un attimo a guardare il paese, le case che degradano a valle, una casa un po’ isolata. Ha avvicinato il viso al vetro, ha cercato di scorgere se c’era movimento, la luce è accesa. Le labbra le si sono aperte in un leggero sorriso, in fretta è andata in cucina, ha acceso il bollitore dell’acqua per il caffè e poi si è avviata in bagno.

Si sofferma a guardare l’immagine riflessa, lo sguardo attraversa il volto, la pelle liscia e candida del viso smunto, le piccole labbra, il naso sottile, le esili guance, i grandi occhi, chiari dove il colore non riesce a farsi indovinare.

La fronte alta, quando inarca le sopracciglia, rivela una lieve linea, è appena abbozzata, ci passa le dita, l’accarezza. Come i grandi denti di un pettine, fa scorrere le magre dita tra i biondi lunghi capelli per poi farli ricadere sulle spalle. Il seno tondo, gonfio, che le riempie il petto, va su e giù nel movimento delle braccia, lei sa che è capace di attirare non solo sguardi.

Il fischio acuto del bollitore la richiama costringendola in cucina, si mette a sorseggiare il caffè mentre con una certa fretta prepara lo zaino, le cose essenziali: la maglietta, le calze di ricambio, un panino con formaggio per colazione, un pezzo di cioccolato fondente, che porta sempre quando sale in alto. Dal cassetto del comodino prende poi un pacchetto avvolto in carta verde scura, fermato con un nastro d’argento. Lo tiene in mano un attimo, con delicatezza lo sistema poi nella tasca esterna dello zaino, sfiorandolo con le dita, con il pensiero, prima di chiudere la cerniera.

Esce sul pianerottolo tirandosi dietro l’uscio, allunga lo sguardo a cercar il profilo delle montagne per valutare la giornata, il tempo.

La luce va riempiendo gli spazi, si nasconde ancora dietro le cime, ma i suoi raggi trafiggono le nuvole che hanno diluito il grigio di qualche attimo prima fino a schiarire in trasparenza. È una visione che non le lascia dubbi, si annuncia una magnifica giornata di primavera inoltrata, lei imbocca la strada sterrata che passa dietro la vecchia seggiovia, affronta il primo tratto di salita, comincia a cadenzare il passo affrontando i brevi tornanti. Raggiunto un pianoro arriva all’attacco del sentiero che sale alla malga, in un’ora e trenta minuti, indica il cartello.

Erica alza la testa a osservare gli edifici dell’arrivo della cabinovia, ci vuole ancora almeno un quarto d’ora per raggiungere le costruzioni, oltre quota duemila, la prima tappa.

Si ferma un attimo a guardare la valle, il sole che ha superato le cime che si stagliano di fronte ora le batte sul viso, in lontananza osserva i primi raggi lambire il campanile, le case del paese sull’altopiano da dove è venuta. Si gira, si attarda a guardare la sua meta: un triangolo che si eleva solitario fra altri pianori che lei non può ancora scorgere, l’ultimo tratto per arrivare in vetta.

Si rimette lo zaino che ha appoggiato ai suoi piedi e s’incammina con passo deciso, non scorge nessuno che la precede sulla pista.

Il sentiero s’inerpica incassato in un canalone, Roberta è costretta a rallentare un po’ la cadenza dei passi.

È la via più breve ma anche la più faticosa, almeno fino a quando si riunisce alla strada forestale che sale dal paese alla malga, molto più su dove il sentiero esce su un vasto falsopiano. Dentro quel lungo budello non vede nulla se non le rocce, i pini, gli abeti che rasentano la gola. Si concentra su dove mettere i piedi sulle rocce rese lisce dai tanti passaggi, scivolose dall’umidità del mattino. Osserva il ritmo degli scarponi passo dopo passo, piano, la mente, scivola sulle vicende della sua vita.

Vita protetta, vita di figlia unica, adorata dai genitori, gli anni felici dell’adolescenza, dell’università, le tante amiche, le molte esperienze affettive e poi la morte improvvisa del padre, mitizzato da sempre.

La successiva lunga malattia della madre, che l’ha costretta a vivere al suo fianco per molto tempo, prigioniera della casa, del paese, sola, in quella grande, bella casa ereditata, lontana dai pochi parenti. Alza la testa e intravede il punto dove il sentiero sembra incontrare il cielo, sa che da lì si apre sul pianoro.

Erica impiega quasi un’ora ad arrivare sul versante ovest del monte che ha di fronte, arriva ai pianori dove iniziano le rocce che conducono alla cima.

Le piace quel sentiero, è appena visibile, a volte si confonde con la montagna nascondendosi, non di meno si intuisce che taglia il ghiaione. Ben oltre i duemila metri non c’è vegetazione, se non piccole macchie di licheni. Nei punti dove c’è più umidità il gelo sembra averli bruciati colorandoli di marrone scuro, tra non molto, però, il caldo della primavera li ridipingerà.

Su quelle rocce si sente libera, come spesso le capita in quelle occasioni, avverte crescere dentro la voglia di salire sempre più in alto.

Presa da frenesia, da una fretta irrazionale di arrivare il prima possibile sulla cima, dove sa non esserci più che il cielo. Suo malgrado si trova a rimuginare sulla figlia che non vede da tempo perché lavora in città, oramai è quasi indipendente, la sua vita la sta interpretando lontana dal paese. Sul marito, che ha lasciato a russare nella sua stanza, già da anni lei non fa più conto, vivono sotto lo stesso tetto ma come due estranei, lui da tempo ha un’altra relazione. Lei ha trovato una nuova dimensione che si è andata affinando, rafforzando di giorno in giorno. Con quei pensieri in testa, i nuovi progetti che va rimuginando, si gira a guardare le montagne dall’altro lato della valle, beve un sorso d’acqua dalla borraccia e riprende a salire; ora deve fare più attenzione a dove mette i piedi sulle rocce, il sentiero è esposto, a quell’ora possono essere ancora scivolose.

Quando arriva in vista della malga, Roberta sa di trovarla chiusa, non è ancora tempo di portare le mucche al pascolo.

Avvicinandosi, scorge il gestore che si muove sullo spiazzo che si apre di fronte ai due edifici bassi e lunghi, che a lei sembrano cani accucciati.

- Buongiorno Walter! - quasi grida, ancor prima di raggiungere l’uomo fermo davanti all’entrata del rifugio, che, con la scopa di saggina in mano, la sta guardando arrivare.

- Come va? Stai facendo le pulizie di primavera?

- Certo! Tra non molto portiamo su le mucche, nel frattempo, mentre riassetto i locali rimasti chiusi tutto l’inverno, tengo aperto per il fine settimana; qualcuno che gira in montagna c’è sempre!

- Oggi però non c’è nessuno, mi pare! - riprende lei fermandosi.

- Sono passate solo due guardie forestali, questa mattina molto presto. Andavano a controllare i branchi di caprioli, in alto, nella valle che s’inoltra fin sulla sella alta - Così dicendo indica con la mano la direzione che hanno preso.

- Tu dove sei diretta? Ti vedo decisa! Vuoi salire fin sulla cima? Guarda che oltre il laghetto, verso i duemila e cinque, è rimasta un po’ di neve sulle rocce del sentiero, quello male esposto, che sale da dietro, fino alla cresta.

- Sì, lo so! Avrei potuto salire dall’altro lato, è vero, ma ho preferito così: vorrà dire che, per tornare al paese, scenderò di là!

- Vuoi un caffè ? Lo stavo per fare.

Roberta ha un attimo d’indecisione, guarda l’orologio, dice piano come a se stessa.

- Ho ancora due ore buone di salita! Sono in ritardo!

- Sì! Ci vogliono tutte, ma tu hai il passo giusto, perché dici che sei in ritardo? Anche se arrivi dieci minuti dopo, cosa cambia?

- Cambia! Cambia! Sono dieci minuti in meno che ho per stare sulla cima.

Il sentiero sale tra le rocce che spuntano dalla montagna, si fa sempre più stretto, si apre a strapiombo su entrambi i lati, si approssima alla cresta.

Erica procede spedita, non sono certo quelle le difficoltà che possono impensierirla, in ogni caso l’esperienza le dice che, in montagna, la prudenza non è mai troppa.

Il laghetto è poco più che una grande poccia, il sentiero, dopo aver costeggiato la riva, zigzagando tra alte rocce, attacca decisamente la parete che sovrasta il piccolo specchio d’acqua e sale fino a una cresta, a oltre tremila metri.

Lei, sicura, alza lo sguardo verso la cima che a quel punto è a una mezz’ora di ascesa. Piegata in avanti, aiutandosi con le mani che fanno presa sulle rocce, prende a salire, ha fretta, una gran voglia di arrivare in vetta.

Erica ha raggiunto la piccola cresta e sta avanzando tra le rocce tenendo lo sguardo ben fisso su dove mette lo scarpone, ha il vuoto su entrambi i lati, dopo pochi metri raggiunge la vetta, la piccola croce di ferro.

Si appoggia con le mani al masso e si sporge a guardare nella direzione opposta a quella da dove è venuta, vede la piccola valle, il laghetto, cerca di scorgere la via che sale il pendio, indaga tra le rocce. Dopo un niente una figura compare da dietro un masso, il viso le s’illumina, appare un sorriso, è tentata di lanciare un grido. Si sente invasa da un dolce turbamento, gira lo sguardo intorno, si passa le mani tra i capelli, si toglie lo zaino, lo appoggia nel poco spazio alla base della roccia che segna la vetta. Ha lo sguardo fisso sulla figura che nel frattempo ha raggiunto la piccola cresta e la sta guardando.

Roberta si è fermata, si erge sospesa nel vuoto, è a pochi metri dalla vetta, agita piano la mano verso la figura che occupa la cima, la sta guardando, ha un grande sorriso sul volto. Spostandosi piano, con prudenza avanza per quei pochi metri che la separano dalla vetta, da Erica.

Si prendono le mani, se le stringono con forza, si guardano negli occhi, rimangono così per lunghi attimi, non hanno bisogno di parole. Poi Erica passa piano la mano sul viso di Roberta, vicinissimo, una lieve carezza, l’attira con forza a sé, si baciano.

La produzione letteraria di Camillo Rigamonti

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