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Dai racconti ... ai romanzi di formazione ... ai romanzi corali

L’arcano sogno del dialogo

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PAGINE SPARSE
FUTURO

Nella luce ancora incerta del mattino presto stanno camminando l’uno in fianco all’altro, passato e futuro che si danno la mano.

Ogni mattina vanno insieme incontro a un diverso domani; un altro giorno pieno di ricordi, di tempo da dover riempire; un luogo in cui sperare di essere aiutato a crescere, a conoscere se stesso e il mondo che lo circonda. Trascinano una valigia con le ruote, non molto tempo fa la si usava solo per andare in vacanza, ora serve anche per trasportare libri intrisi di pesante sapere. Il bambino ha in mano, in bocca, la focaccia salata, quella che il nonno gli ha appena comprato dal panettiere all’angolo della via. Asseconda così il desiderio del nipote, dopo aver approvato il rimprovero della mamma per il latte sprecato, lasciato nella tazza ogni mattina.

Da quasi un anno, non più idoneo alla vita del dovere e del fare, lui è un uomo libero.

In questa sua nuova invidiabile condizione è stato ingaggiato per prestare il suo tempo libero alla famiglia, la figlia a quell’ora è da tempo in metrò, in viaggio verso l’ufficio all’altro capo della città, il babbo ha un lavoro in una famosa multinazionale che gli regala lunghi viaggi, per lunghi periodi, in posti esotici, lontani. Come spesso accade, anche questa mattina loro due sono in anticipo, il nonno ha una teoria tutta sua sul ritardo, mentre procedono piano, forse per non dover ascoltare il silenzio che cala tra di loro, conversano, gli argomenti sempre uguali, le solite domande.

- Hai portato tutti i libri che ti servono oggi? hai fatto i compiti ? hai studiato la poesia che mi…

Le risposte scontate:

- Certo nonno! I compiti li ho fatti ieri sera, ho anche studiato prima che arrivasse la mamma…

Lui non ribatte, non c’è nulla di male se, non sempre, è la verità.

C’è piuttosto da accordarsi con chiarezza sulla programmazione degli impegni del pomeriggio.

- Nonno oggi ho nuoto! Ti ricordi che alle quattro e mezza dobbiamo andare in piscina ?

- Oggi che giorno è? non siamo andati ieri a nuoto in piscina?- chiede lui un po’ perplesso.

- No nonno! Ieri ho fatto basket, mi ha portato la nonna, tu sei venuto a prendermi, in palestra, non in piscina, non ti ricordi?

- E domani cos’abbiamo? - chiede ancora, guardando il nipote con un mezzo sorriso, pensando di far lo spiritoso.

- Danza! Risponde invece quasi stizzito il nipote.

Lui sembra rimanerci male.

Il cancello della scuola che hanno davanti è malmesso, scrostato, il vecchio colore se ne è andato da tempo, ha vinto la ruggine.

Il grande cortile ha l’asfalto sconnesso, non mancano larghe buche, pozzanghere dei giorni di pioggia, le scale che portano all’entrata della scuola hanno più di un gradino rotto, sbeccato. La facciata in più punti è scrostata, il muro vecchio affiora sotto le mattonelle cadute, in basso, lungo il perimetro dell’edificio, qualcuno ha imparato a scrivere con spray di vari colori, è una scuola pubblica.

Sono pochi gli alunni già arrivati, quasi tutti accompagnati da nonni come lui, sono tutti in attesa, nessun ragazzo sembra aver voglia di muoversi, di correre, di giocare, è mattino presto.

Il nonno si guarda in giro, sembra cercare qualcosa in quel grigiore.

- Cosa devi fare oggi a scuola? - chiede, guardando dall’alto il nipote, stringendogli d’istinto la mano per attirare la sua attenzione.

- Non so! Il solito nonno?

Per qualche attimo lui non dice nulla, sembra prendere tempo, alza lo sguardo, verso un punto indefinito, la facciata del caseggiato al di la della strada che nemmeno vede, poi, all’improvviso, gli affiora un mezzo sorriso.

- E se andassimo a fare un giro ?

L’ha detto di fretta, stringendo ancora con uno scatto la mano, forse non era proprio quello che voleva dire, però, oramai, l’ha detto. Il nipote alza la testa, lo guarda, la smorfia che ha stampata sul viso dice tutto di cosa pensa lui di quella battuta, prende fiato per rispondere, ma il nonno, piegandosi su di lui, quasi volesse non sentire quello cha ha da dirgli e nemmeno farsi sentire dagli altri, lo precede.

- Solo per oggi! Solo un giro, andiamo al parco, torniamo nel primo pomeriggio, in tempo per andare a danza - e gli stringe ancora la mano.

Sono da poco passate le otto, con i freni che sembrano gemere, le ruote che stridono ferro su ferro sulle rotaie, il trentatré pare far fatica a doversi fermare davanti alla pensilina gremita di gente.

Le portiere si aprono di schianto, sbatacchiano tra di loro, da sotto il pianale, come per magia, compaiano gli alti gradoni di legno, quelli che occorre scalare se si vuole salire. La gente li conosce, li affronta con piglio deciso, sale veloce, in molti, senza neppure smettere di parlare, di trafficare sull’attrezzo che tengono in mano. In coda ai tanti, un gruppo di bambini aspetta che siano saliti tutti, poi, il più grande si aggrappa alla stanga nel mezzo della porta, si tira su, si gira.

- Dai Carlito! Muoviti !

Il nominato è piccolo, fa fatica, non ci arriva con la mano alla stanga, con il piede alla predella, lo zaino che ha sulle spalle è più grande di lui, gli pesa, tende la mano verso l’altro, da dietro il terzo lo spinge, ridendo. E’ una delle tante scene di tutte le mattine a cui la gente assiste, senza aprire bocca, senza fare una piega, del resto, a buon ragione, ognuno è preso solo dai casi suoi.

La scuola pubblica non è vicina a casa, prendono il trentatré per diverse fermate, Paolinio, il più grande, ha la responsabilità del gruppo, fa da guida, loro non hanno la mano dei nonni a cui aggrapparsi, i vecchi della famiglia sono rimasti nei lontani paesi da dove arrivano. Anche i loro genitori hanno altri orari, da ore, sono impegnati in chissà quali faccende, lavori da stranieri, da immigrati, lavori che gli indigeni non vogliono, non sanno più fare.

Paolinio ha nove anni, fa la terza, ha rischiato di perdere il primo anno di scuola per via della lingua, del timore della maestra, dei compagni, ha fatto fatica ma ce l’ha fatta, ora è lui a badare anche a Carlito, il fratellino, oltre che al cugino Ioao che abita vicino a casa. Sulla lucida panchina di legno del tram, hanno solo appoggiato le chiappe e il pesante zaino che non si sono tolti dalla schiena, per questo stanno un po’ piegati in avanti. A guardarli, danno l’impressione di essere un po’ smunti, striminziti; sarà colpa del colore un po’ scuro della pelle, di quei visi che per il freddo spariscono nelle sciarpe avvolte sul viso, che lasciano fuori quasi solo i grandi occhi scuri; sarà per come sono vestiti, i cappotti lisi, scialbi, i colori impossibili, le scarpe grosse di plastica, tutta roba del mercato.

Dopo un paio di fermate, ad un cenno di Paolinio, si alzano per far sedere gli ultimi arrivati che non trovano più posto, mano in mano che avanza, il trentatré si va riempendo. Una signora anziana ha fatto fatica a scalare i gradoni, con il fiatone in gola, sulle labbra, si guarda in giro, apprezza, mentre si siede, allunga la mano ad accarezzare la testa di Carlito, sfiorandola.

- Adesso, sono solo loro che lasciano il posto in tram - sembra dire al popolo del trentatré tutto pigiato lì attorno.

- Per favore, mi schiaccia!

Chiede Paolinio a quelli a cui è appiccicato attorno, nella calca non ha modo di arrivare al pulsante, del resto sa che deve evitare di spingere, di intrufolarsi, ha paura di disturbare, altre volte qualcuno a avuto da ridire. Lui aspetta, poi una ragazza interviene, distoglie gli occhi da whatsapp, pigia il bottone rosso, Paulinio accenna un sorriso, un grazie.

La discesa dal trentatré è facile, anche Carlito è capace di saltar giù dai gradoni, di correre veloce verso il marciapiede, il fratello lo tira, lo spinge.

Al sicuro, si girano, guardano il tram che se ne va, anche oggi ce l’hanno fatta, si danno pacche, sono contenti di essere di nuovo in strada, non più in mezzo alla gente stipata. Senza fretta si avviano, la scuola non è lontana, in fondo alla via, da dove sono intravedono il muro di cinta, dove fa angolo la strada.

L’edificio è imponente, severo, alto, massiccio, importante, lunghe file di finestroni disegnano l’intera facciata, la scalinata dell’entrata si allunga sul largo viale alberato a doppie corsie, è uno dei tanti simili, distribuiti in tutta la città, plessi che ospitano scuole non pubbliche, libere, alternative, confessionali.

- Me ne vado, me ne vado subito!

Grida decisa una giovane, distinta mamma in faccia al vigile fermo sul ciglio del viale di fronte all’entrata. Gli è stato comandato di dirigere il caos degli arrivi del mattino, ma, di fronte a tutta quella gente perbene che arriva così trafelata, così sicura di sé, che urla, che comanda, ha remore ad intervenire. La resa si vede nella paletta abbassata lungo la coscia; si legge, nello sguardo che vaga, che non sa più dove andare a posarsi, se tra chi parcheggia dove vuole o tra le auto sul viale costrette a rallentare; è palese dalla bocca semiaperta, da cui non escono né avvisi né sibili dal fischietto.

Del resto non è colpa sua, anche questa signora, come le altre, sembra non voler nemmeno aspettare un suo gesto, per indicare, per proibire.

Anche lei, come le altre, lo guarda con occhi supplichevoli, gli regala un largo sorriso, poi, gira in fretta intorno, dietro al gippone. Lui ha il tempo di considerare che almeno potrebbero non usare mezzi di quella stazza, he sembrano più adatti a lunghi tour nei deserti africani che a trasportare le giovani creature, solo per quelle poche decine di metri che separano la casa dalla scuola, al solo scopo di evitare, ai piccoli rampolli, stressanti percorsi a piedi, in bici o in tram.

La signora non ha certo tempo di seguire i suoi pacati consigli, che si premunisce comunque di elargire, non sembra nemmeno sentirlo, apre lo sportellone dell’immenso portabagagli e ne estrae un trolley ultimo modello.

- Francesco, per cortesia, fammi il favore di scendere, smettila di armeggiare, è da stamattina, è da quando ti sei alzato che non la smetti, guarda che altrimenti il signor vigile qui…

- Mamma! Non rompere! C’è già quella stronza della professoressa che pretenderebbe di non farci usare il cellulare in classe, non fare anche tu la tiranna.

- Ma no Francesco! Vedrai, fa così solo per qualche tempo, non preoccuparti, caso mai, se proprio insiste, chiederò un colloquio con il direttore.

- Dai però muoviti amore, scendi! Faccio tardi, oggi ho yoga, ciao amore! Ti vengo a prendere all’una.

- Ha visto, Signor Vigile, ci ho messo un niente! La colpa è solo di quei maleducati fermi in coda qui dietro sul viale che suonano.

La produzione letteraria di Camillo Rigamonti

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