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L’arcano sogno del dialogo

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PAGINE SPARSE
L'ALBERO FIORITO

Imboccata la via che porta in piazzale Susa, in fondo alla traversa sulla sinistra che non ha sbocchi, c’era L’albero fiorito.

Al locale si accedeva da un minuscolo giardino, dove i clienti uscivano a fumare, contro il muricciolo qualche venditore di strada esponeva la sua merce, spesso c’era un nordafricano, altissimo, magrissimo, cordiale, proponeva bellissime calze, giurando che fossero di autentico filo di scozia, molti ci credevano, in tanti compravano. Saliti i tre gradini di granito, ci si trovava nella grande sala con al centro un pilastro rotondo, un salto negli anni cinquanta. Sulla destra il bancone, di seguito l’immenso mobile frigorifero, di legno, le enormi maniglie di metallo, identico alle porte delle celle dei macellai.

Sulla parete di fronte all’entrata si apriva una porta che immetteva in un’altra saletta con altri tavoli, al centro quella della cucina. In fondo, nascosta da un piccolo paravento, quella del piccolo cesso, unisex.

Distribuiti per tutto il salone c’erano i tavoli, di cui un paio un po’ più grandi degli altri, le tovaglie erano a quadretti bianchi e rossi, lo spazio lasciato libero era poco.

Alle pareti c’era di tutto: quadri di varia fattura dono di qualche avventore artista in cui ricorrevano temi floreali, prati, montagne, due bacheche, piene di coppe di diversa forma, trofei dei tornei di scopa scientifica, briscola, che si tenevano ancora fino alla fine degli anni Novanta. Il balcone era alto, di legno scuro, sembrava aver assorbito il fumo, il vino versato nei lunghi anni di servizio; era dotato di due bacinelle tonde di metallo in cui scorreva in continuazione l’acqua per risciacquare bicchieri, tazzine. Lo specchio copriva per intero la parete di fondo, rifletteva le bottiglie sulle mensole allineate senza un apparente criterio.

Con le mani sempre in movimento, a lavar bicchieri, distribuire vino e liquori, fare il conto con una matita che si passava sulla lingua e poi su un blocco di fatture, troneggiava Gianni.

Alto, muscoloso, l’eterna camicia a quadrettini scuri, sempre a due colori di diversa intensità. Il volto grande, squadrato, sincero, le labbra grosse e carnose, un paio di baffi importanti, le punte all’insù, due occhi grandi, scuri sotto le sopracciglia folte, i capelli neri, appena un po’ ricci.

L’osteria era stata aperta dal padre, immigrato da un paesino del Friuli per sfuggire alla grande guerra.

Alla sua morte, la moglie, ottima cuoca, aveva continuato con i due figli.

La bontà del cibo, il basso prezzo, l’ambiente aperto, tollerante, i metodi spartani, democratici, nel tempo avevano selezionato una clientela composita: vecchietti soli, operai di ogni categoria e mansione, commercianti, impiegati di vario livello, studenti, professori della vicina università, venditori ambulanti dei mercati, perdigiorno incalliti.

Gianni riservava a tutti lo stesso trattamento; democrazia da osteria.

Non era possibile prenotare, chi arrivava doveva affrontare Gianni.

Che tu fossi un novizio, un cliente incallito, con la tuta o con un bel vestito, lui ti guardava, ti squadrava a muso duro. Se eri singolo o in coppia, ti smistava con una certa facilità a un tavolo qualunque, in compagnia di altri come te, che già conoscevi o che avevi occasione di conoscere, non era un suo problema. Non era pensabile provare a chiedere un’altra sistemazione, Gianni ti avrebbe indicato la porta, senza scomporsi. Per piccoli o grandi gruppi la cosa si complicava un po’, se non era tardi, se si aveva pazienza, se non si assumevano atteggiamenti che Gianni giudicava inopportuni, con un criterio tutto suo, inappellabile, qualche speranza c’era, bastava aspettare. Dopo che avevi avuto la fortuna si sentirti indicare un posto, qualunque fosse, Gianni ti chiedeva sempre - Da bere?

Sentita la tua risposta, sbatteva sul banco i bicchieri e le bottiglie chieste, che tu eri pregato di prendere e portare al tavolo. Una volta seduto, occorreva procedere come segue: innanzitutto si doveva consultare la lista del menù giornaliero, un foglio scritto a mano infilato in una busta di plastica per salvarlo dalle ditate di unto e altro. La lista elencava i piatti, dal primo al dolce, alla frutta, con i relativi prezzi. Fatta la scelta, si scriveva, in modo ordinato, leggibile, su fogliettini appositamente preparati che si trovavano sui tavoli insieme alla penna. Il fogliettino, così compilato, a tempo debito veniva ritirato dalla sorella di Gianni, quando usciva dalla cucina per servire. A quel punto, se non c’erano stati intoppi, quali la scrittura non chiara, un piatto ordinato che era finito, ci si poteva mettere in attesa. Si poteva dedicare il tempo a chiacchierare con chi era seduto accanto, conosciuto o da conoscere, sorseggiare quello che si era ordinato, mangiare il pane che non mancava mai sui tavoli.

La sorella di Gianni era una signora di mezza età, molto magra, alta, con un volto minuto, occhi scuri, capelli sempre raccolti sulla nuca.

In apparenza sembrava dimessa, in realtà rivelava modi pacati, armoniosi, mai bruschi, anche se decisi, dettati da un carattere fermo, che si intravedeva dai penetranti occhi che ti squadravano; come il fratello, era di poche parole, di rado concedeva un sorriso.

Alla parete della sala un grande quadro mostrava un grande albero pieno di colori. “Albero fiorito”, diceva la targhetta: il nome dell’osteria di Gianni.

La produzione letteraria di Camillo Rigamonti

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